Facendo un po’ di archeologia mi sono comprato (e in alcuni casi ricomprato dopo che vari cambiamenti di casa e di tecnologia avevano reso non recuperabili gli originali) un po’ di cd: Metallica, U2, Marlene Dietrich, Eric Burdon, John Denver e i Clannad.
Riascoltando “Ride the Lightning” dopo molto tempo mi sono ricordato perché adoro James Hetfield e compagnia (oltre a molti dei loro confratelli).
C’è un periodo della vita, presumo tra gli 11 e i 20 anni circa, in cui la musica che ascolti fa parte indissolubilmente di te e del tuo mondo. Diviene immancabilmente la musica da cui non riuscirai mai a staccarti rimanendo legato sentimentalmente, per tutta la vita, a quegli artisti e a quegli stilemi.
Ascoltando mi sono ricordato che il metal è carne, sangue, motori impazziti. E’ l’amichevole violenza del pogo, la foga auto distruttrice dell’head banging. Sono chitarre elettrificate, eroi senza patria e senza “coscienza di classe(cit)”. E poi draghi, principesse, mostri, baratri, suicidi e serial killer. E poi sesso, birra e ancora pogo.
E la dolcezza che diventa violenza di “Fight fire with fire” o l’adolescenziale richiesta di “Escape”.
Il Metal sono dei ragazzini capelluti che sognano qualcosa di diverso dalla periferia in cui vivono, il Metal sono le ore in cui tenti inutilmente di fare il solo di “Fade to black“, con chitarre improbabili, chiedendoti “ma come stracazzo fa?”.
Il Metal è, in quegli anni bui della vita, una temporanea risposta alla domanda di senso e di appartenenza a qualcosa.
/me scuote la testa violentemente alza le tre dita al cielo e canta a squarciagola
Out for my own, out to be free
One with my mind, they just can’t see
No need to hear things that they say
Life’s for my own to live my own way
Escape – Metallica -Ride the Lightning